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L’America dei 250 anni alla prova dell’intelligenza artificiale. La ricerca sul campo del Consorzio Universitario Humanitas

Dalla Dichiarazione d’Indipendenza alle nuove infrastrutture digitali, gli Stati Uniti considerano l’intelligenza artificiale una leva di crescita, ricerca e formazione. La sfida decisiva, però, sarà trasformarla in uno strumento capace di ampliare l’autonomia delle persone, senza sostituirsi alla loro facoltà di scegliere.

Di Gianluca De Angelis

Il 4 luglio 2026 gli Stati Uniti hanno celebrato i 250 anni dalla Dichiarazione d’Indipendenza. Un evento che ha impattato le molte strade che hanno costruito l’immaginario americano tra bandiere, concerti, cerimonie e fuochi d’artificio, ricordando il documento che nel 1776 pose al centro della nuova nazione alcuni principi destinati a oltrepassarne i confini temporali e umani: l’uguaglianza, la libertà, la ricerca della felicità e l’idea che ogni potere legittimo debba derivare dal consenso dei governati.
Ma il “Semiquincentennial” non è stato pensato soltanto come una commemorazione, perché il programma nazionale America250 ha invitato esplicitamente il Paese a interrogarsi anche sul futuro che questo Paese vuole costruire per le prossime generazioni. Ed è proprio in questo passaggio, tra memoria e progettualità, che l’intelligenza artificiale diventa uno dei temi più significativi dell’anniversario: a due secoli e mezzo dalla propria nascita, infatti, l’America si trova infatti davanti a una nuova frontiera. Una frontiera non più geografica, ma tecnologica, cognitiva e sociale, che obbliga a domandarsi anche che cosa significhino oggi libertà e autodeterminazione, quando una parte crescente delle informazioni, delle opportunità e persino delle decisioni quotidiane passa attraverso sistemi algoritmici. Proprio per questo, ci siamo recati in prima persona negli Stati Uniti in occasione di questo evento così significativo per provare a carpirne gli aspetti: dalla Louisiana all’Illinois, da Sud A Nord, sentendo le voci della gente e cercando di cogliere come l’IA abbia cambiato per molti la loro vita personale e professionale, andando dalla necessità imprescindibile della formazione e della consapevolezza di utilizzo dell’IA all’ipotizzare quali potrebbero essere gli usi futuri più probabili che tracceranno un solco per il futuro. Seguendo un tracciato che sarà poi probabilmente anche quello che verrà seguito da gran parte del resto del mondo.

L’intelligenza artificiale come progetto nazionale
Va innanzitutto premesso come negli Stati Uniti, più che in altre parti del mondo, ormai l’intelligenza artificiale non venga più considerata semplicemente un settore dell’informatica, ma una vera infrastruttura nazionale, paragonabile per importanza alle ferrovie dell’Ottocento, all’elettrificazione, al sistema autostradale o alla nascita di Internet. Attorno all’AI convergono ormai infatti politica industriale, sicurezza, energia, istruzione, ricerca scientifica e medica, mercato del lavoro.
L’America’s AI Action Plan presentato dalla Casa Bianca nel luglio 2025 organizza la strategia federale intorno a tre grandi direttrici: accelerare l’innovazione, costruire le infrastrutture necessarie e rafforzare la leadership statunitense nel mondo. Tuttavia, un ordine esecutivo del giugno 2026 ha cercato di affiancare all’espansione dell’AI anche una maggiore attenzione alla cybersicurezza e alla protezione delle infrastrutture critiche, prevedendo forme di collaborazione volontaria tra sviluppatori e governo per valutare le capacità dei modelli più avanzati. È una sintesi che in qualche modo incarna profondamente anche la mentalità americana: dando grande fiducia all’iniziativa privata, ma confermando allo stesso tempo una certa diffidenza nei confronti di un controllo pubblico centralizzato troppo invasivo. Quello che emerge anche dai dati è uno scenario misto, con un Paese in grande accelerazione, ma in cui si denota anche una trasformazione ancora disomogenea, in cui l’intelligenza artificiale è già molto presente nelle grandi organizzazioni e nelle professioni ad alta intensità di conoscenza, mentre penetra più lentamente nelle piccole imprese, nei territori e negli Stati più rurali e nei comparti tradizionali. La vera scommessa americana ad oggi non consiste quindi soltanto nel creare modelli sempre più potenti, ma nel distribuire equamente capacità, competenze e benefici al di fuori delle grandi concentrazioni tecnologiche.

Oltre la Silicon Valley: l’IA nel Sud e nel Midwest
Il percorso intrapreso dal Consorzio Universitario Humanitas attraverso il Sud degli Stati Uniti e il Midwest ha mostrato però allo stesso tempo come la geografia dell’intelligenza artificiale americana sia ormai molto più vasta della sola California, ben lontano dal bacino tecnologico della Silicon Valley. Memphis, Nashville, St. Louis e Chicago, ad esempio, rappresentano infatti a loro modo quattro percorsi completamente differenti di affrontare la rivoluzione in corso, che rende affascinante l’analisi per comprendere la molteplicità di applicazioni che l’IA può fornire.
A Memphis, città costruita attorno al Mississippi e alle grandi infrastrutture logistiche, l’AI ha installato ad esempio Colossus, un enorme polo destinato all’addestramento dei propri modelli. La scelta di collocare una struttura di questa portata nel Tennessee dimostra che la nuova economia digitale non vive soltanto nei campus della costa occidentale, ma come i data center abbiano bisogno di territorio, energia, acqua, connessioni e lavoratori specializzati. E sempre qui, a Memphis, si evidenziano in maniera significativa anche le responsabilità che accompagnano questa crescita. Le discussioni locali vertono principalmente proprio sul consumo energetico, sulle emissioni e sull’impatto degli impianti sulle comunità circostanti, con molte persone che sollevano dubbi o che ricordano che l’innovazione non può considerarsi realmente liberatrice quando viene imposta senza un adeguato coinvolgimento dei cittadini.
A Nashville, invece, capitale di un’industria musicale che vive di voce, identità e riconoscibilità, l’intelligenza artificiale ha aperto un’altra frontiera e anche un’altra discussione. Il Tennessee è stato il primo Stato americano ad approvare una legge specificamente concepita per proteggere artisti e musicisti dalla clonazione non autorizzata della voce e dell’immagine. L’ELVIS Act, entrato in vigore nel 2024, non prova a fermare l’AI creativa, ma cerca piuttosto di stabilire che la tecnologia non possa appropriarsi dell’identità di una persona senza il suo consenso. È un passaggio importante perché suggerisce una possibile conciliazione tra innovazione e libertà individuale dal punto di vista artistico. Difendere un cantante dalla riproduzione artificiale della sua voce significa affermare che l’identità non è una materia prima liberamente estraibile: la creatività può essere assistita dalle macchine, ma deve continuare a riconoscere il diritto umano all’autorialità, alla reputazione e alla scelta di come essere rappresentati.
Interessante notare come anche la città di St. Louis stia sviluppando un ecosistema di intelligenza artificiale improntato a una specificità diversa e legato principalmente alla GeoAI, l’applicazione dell’intelligenza artificiale ai dati geografici e satellitari. La presenza della National Geospatial-Intelligence Agency e di programmi dedicati alle startup rende infatti questa città un vero laboratorio per tecnologie utilizzabili nella gestione delle emergenze, nella pianificazione urbana, nell’agricoltura, nei trasporti e nella sicurezza.
Nell’area metropolitana di Chicago, infine, la città più grande nella quale si è messo piede in questo percorso di ricerca, le grandi università e i laboratori federali mostrano il volto più scientifico e di ricerca sul fronte dell’AI, forse l’aspetto più interessante in assoluto anche per le finalità di formazione del Consorzio Universitario Humanitas. Nel maggio 2026 l’Argonne National Laboratory e la University of Illinois Chicago, due rilevanti università del Paese, hanno ad esempio avviato nuove collaborazioni che applicano intelligenza artificiale e il calcolo avanzato allo studio del cervello, all’individuazione di contaminanti nell’acqua e anche alla stessa ricerca medica e chirurgica, campi nei quali lo stesso Consorzio Humanitas sta avviando una serie di Master e corsi di formazione che si focalizzano anche sull’utilizzo dell’IA nei processi di analisi e gestione dato. Ed è proprio qui che l’AI smette di essere soltanto un prodotto commerciale e torna a essere uno strumento di conoscenza: una lente capace anche di aiutare ricercatori e medici a osservare problemi troppo complessi per essere affrontati con metodi tradizionali.

Formazione, consapevolezza e innovazione
Un altro punto importante nel quale l’esperienza statunitense incontra più direttamente la missione dell’alta formazione, e come questo risuoni anche nelle finalità e nella mission del Consorzio Universitario Humanitas, è anche l’altissimo investimento che questo Paese ha fatto negli ultimi anni proprio nell’alfabetizzazione in questo campo. È stato infatti lo stesso governo federale a definire la conoscenza dell’intelligenza artificiale una competenza necessaria non soltanto per programmatori e ingegneri, ma per studenti, insegnanti, lavoratori, dirigenti e professionisti di ogni settore.
Un ordine esecutivo dell’aprile 2025 ha istituito una task force nazionale per l’educazione all’AI, programmi per la formazione degli insegnanti, partenariati tra scuole, università e imprese e una competizione nazionale rivolta agli studenti. Il Dipartimento dell’Istruzione ha successivamente autorizzato l’impiego di fondi federali per materiali didattici adattivi, sistemi di tutoraggio personalizzato, orientamento universitario e professionale e formazione delle famiglie e dei docenti. Il documento contiene tuttavia alcuni principi essenziali che ne determinano anche limiti di utilizzo e ne circoscrive un perimetro entro il quale si può avere margine di manovra, ma che non deve essere oltrepassato: l’AI deve sostenere l’insegnante, non sostituirlo; i sistemi devono essere accessibili, trasparenti, rispettosi dei dati personali e comprensibili anche ai genitori; agli studenti non viene chiesto di imparare esclusivamente dall’intelligenza artificiale, ma di imparare con essa, verificandone le risposte e sviluppando la capacità di riconoscerne errori e limiti.
La necessità di questa formazione è evidente, e in questo anche la National Science Foundation statunitense sostiene programmi destinati agli studenti, alla preparazione dei docenti e alla costruzione di percorsi professionali. La National Artificial Intelligence Research Resource, inoltre, mette a disposizione di ricercatori ed educatori potenza di calcolo, dati, modelli e competenze che altrimenti sarebbero accessibili soltanto alle aziende più ricche. È un tentativo di democratizzare la ricerca, impedendo che il futuro dell’AI venga definito esclusivamente da chi possiede i server più potenti. Anche il Dipartimento del Lavoro ha avviato corsi di alfabetizzazione, portali per apprendistati specializzati e un centro di ricerca sull’impatto dell’AI sull’occupazione. L’idea di fondo è che non sia sufficiente proteggere i lavoratori dalla trasformazione: occorre metterli nella condizione di parteciparvi facendola diventare così una politica di libertà, ampliando il numero delle persone capaci di comprendere e utilizzare gli strumenti che stanno cambiando il mercato.

4 luglio, automazione e libertà
Osservata dalla prospettiva della Dichiarazione d’Indipendenza statunitense, che quest’anno ha compiuto 250 anni lo scorso 4 Luglio, va specificato come la libertà descritta nel 1776 non sia mai stata percepita come assenza di costrizioni, quanto come la possibilità concreta di orientare la propria vita e di perseguire consapevolmente la felicità. L’intelligenza artificiale, in questo senso, può diventare davvero una tecnologia dell’autonomia che risponde perfettamente ai criteri degli USA, offrendo un tutor personale a chi non potrebbe permetterselo, rendendo accessibili testi e servizi alle persone con disabilità, traducendo lingue, e alleggerendo compiti amministrativi. Questo potrebbe avvenire, ad esempio, aiutando un medico a riconoscere più rapidamente un’anomalia, o ancora consentendo a una piccola impresa di svolgere attività prima riservate solo a organizzazioni molto più grandi. Tutto ciò restituendo alle persone più tempo, conoscenza e possibilità.

L’automazione, tuttavia, non coincide automaticamente con l’autonomia. Il National Institute of Standards and Technology propone da tempo un modello volontario di gestione dei rischi fondato su affidabilità, sicurezza, trasparenza e responsabilità: non si tratta di scegliere tra progresso e prudenza, ma fare solo ciò che rende il progresso socialmente sostenibile, mantenendo allo stesso tempo la trasparenza su ciò che permetta alle persone di non diventare semplici oggetti delle decisioni algoritmiche. Il tema trova una conferma concreta anche nello Stato di New York, dove il divieto temporaneo preannunciato dalla governatrice Kathy Hochul è stato poi formalizzato, il 14 luglio 2026, attraverso una moratoria di un anno sui nuovi data center iperscalabili. La misura sospende il rilascio di alcuni permessi ambientali mentre vengono definite regole più rigorose e nasce anche dalla volontà di evitare che l’enorme domanda di energia e i costi per il potenziamento della rete finiscano per ripercuotersi sulle bollette dei consumatori privati: un esempio di come lo sviluppo dell’AI debba essere valutato non soltanto in base alla capacità di calcolo generata, ma anche alla sostenibilità sociale e alla distribuzione dei suoi costi.
La questione politicamente e culturalmente decisiva è quindi come gli esseri umani conserveranno il diritto, il tempo e le competenze per pensare prima di scegliere. Un’intelligenza artificiale coerente con l’idea americana di libertà non dovrebbe quindi decidere al posto delle persone, ma aiutarle a comprendere più possibilità; non dovrebbe eliminare il dubbio, ma fornire strumenti per affrontarlo; non dovrebbe rendere l’individuo dipendente da un sistema, quanto invece accrescerne la capacità di giudizio.

Una nuova responsabilità per l’alta formazione
È questa la lezione più interessante che arriva da questa analisi intrapresa negli Stati Uniti da portare anche in Italia, riflettendosi in un’istituzione nel campo della formazione come il Consorzio Universitario Humanitas. Perché, come abbiamo evidenziato, negli Stati Uniti formare consapevolmente all’utilizzo dell’intelligenza artificiale non significa soltanto insegnare a utilizzare una piattaforma o a formulare correttamente una richiesta, perché tutti questi strumenti cambieranno rapidamente, si evolveranno, troveranno nuove piattaforme e metodi di implementazione. La competenza principale, destinata a durare nel tempo, sarà piuttosto la capacità di comprendere come usare l’AI in tutti i suoi campi e declinazioni, come verificarla, quali dati affidarle, quali decisioni delegarle e come integrare il tutto nelle diverse professioni. L’alta formazione dovrà quindi essere necessariamente interdisciplinare. Accanto alle competenze tecniche serviranno diritto, etica, comunicazione, psicologia, pedagogia, management e conoscenza specifica dei settori nei quali i sistemi vengono applicati. In ambiti come la salute, l’educazione e i servizi alla persona, l’efficienza sarà un criterio al quale si affiancheranno e resteranno centrali anche temi come la dignità, la relazione, la responsabilità professionale e la possibilità di contestare una decisione.

Questa impostazione trova un riferimento particolarmente significativo nell’enciclica Magnifica Humanitas di Papa Leone XIV, dedicata alla custodia della persona umana nel tempo dell’intelligenza artificiale. Il Pontefice richiama la necessità che siano sempre l’intelligenza, la coscienza e la libertà umane a guidare l’innovazione, stabilendone responsabilmente usi e limiti secondo i principi della dignità della persona e del bene comune. Nel solco dell’enciclica, il compito educativo non si esaurisce quindi nel rendere più efficiente l’uso degli strumenti, ma consiste nel formare persone capaci di interrogarsi sulle finalità dell’innovazione, sulle sue conseguenze sociali e sul potere che essa redistribuisce. Il richiamo di Leone XIV invita in particolare il mondo universitario a custodire ciò che nessun algoritmo può sostituire: l’irriducibilità della coscienza, la responsabilità morale e la relazione con l’altro, dimensioni decisive perché il progresso tecnico possa tradursi in autentico sviluppo umano. È una visione alla quale il Consorzio Universitario Humanitas presta costante attenzione nell’abbracciare i valori della Santa Sede: educare alla tecnologia significa anche preservare il primato dell’umano, affinché l’IA rimanga uno strumento di sviluppo integrale e non si sostituisca al giudizio, alla relazione e alla responsabilità.

A 250 anni dalla Dichiarazione d’Indipendenza, gli Stati Uniti sembrano affrontare l’intelligenza artificiale con la consueta combinazione di ambizione, pragmatismo e fiducia nel futuro. E anche se il modello americano è ancora incompleto, proprio questa incompiutezza rende il confronto interessante: la Dichiarazione del 1776 non descriveva una società già perfettamente libera, ma annunciava un ideale rispetto al quale giudicare e trasformare la realtà. E, allo stesso modo, l’AI non è in sé una garanzia di emancipazione, ma può diventarlo se sarà accompagnata da istruzione, trasparenza, responsabilità e partecipazione.
La nuova indipendenza non consisterà quindi nel fare a meno delle macchine, né nel consegnare loro passivamente la nostra operatività. Consisterà piuttosto nel costruire sistemi che moltiplichino le possibilità umane senza cancellarne l’autore: e, in questa prospettiva, l’intelligenza artificiale negli Stati Uniti non viene vista come la fine del libero arbitrio, ma come una delle prove più importanti attraverso le quali saremo chiamati a riaffermarlo.

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