Montefiascone, quattro giorni per ricomporre il mondo
Il VI Festival dell’Ecologia Integrale tra cultura, scienza, territori e pace. Il contributo del Consorzio Universitario Humanitas alla costruzione di un nuovo umanesimo.
Di Gianluca De Angelis
Per quattro giorni Montefiascone ha smesso di essere soltanto una città affacciata sul Lago di Bolsena ed è diventata un luogo di confronto sul presente. Dal 2 al 5 luglio 2026, gli spazi storici e religiosi del territorio hanno accolto la sesta edizione del Festival dell’Ecologia Integrale, un appuntamento che ha riunito artisti, poeti, studiosi, scienziati, amministratori, educatori, giornalisti e rappresentanti della Chiesa intorno a una domanda tanto semplice nella formulazione quanto complessa nelle sue implicazioni: come è ancora possibile tenere insieme ciò che il nostro tempo tende continuamente a separare?
Natura e cultura, innovazione e memoria, salute individuale e benessere collettivo, informazione e conoscenza, sviluppo dei territori e tutela delle identità locali, fede e responsabilità civile. Il Festival ha provato a ricomporre queste dimensioni non attraverso una risposta unica, ma costruendo un dialogo tra linguaggi e competenze differenti.
Tra la Rocca dei Papi, la Cattedrale di Santa Margherita e il paesaggio del lago, Montefiascone è diventata così una sorta di laboratorio pubblico: un Locus Liminis chiamato non soltanto a ospitare il dibattito, ma a incarnarlo. Il territorio, con la sua storia, i suoi borghi, le sue tradizioni e la sua delicata relazione con l’ambiente, ha rappresentato la cornice ideale per parlare di ecologia integrale come visione complessiva della persona e della società.
In questa prospettiva, il contributo del Consorzio Universitario Humanitas è stato particolarmente significativo. Il Presidente dell’Associazione Rocca dei Papi di Montefiascone, ente organizzatore del Festival, è il Prof. Mario Morcellini autorevole esperto di comunicazione e professore emerito della Sapienza, che è membro del CdA del Consorzio. Mentre il Direttore Artistico del Festival è il Prof. Gennaro Colangelo, responsabile del Dipartimento Beni culturali del Consorzio.
L’organizzazione curata dal Direttore Generale Alessio Lerani ha dato all’intera manifestazione una precisa architettura culturale: non una successione episodica di incontri, ma un percorso nel quale arte, educazione, medicina, sociologia, diritto, ambiente e spiritualità hanno potuto illuminarsi reciprocamente. Una struttura coerente con la vocazione formativa del Consorzio, impegnato nella costruzione di saperi capaci di uscire dagli ambiti specialistici e di incidere concretamente nella vita delle comunità.
L’arte come primo linguaggio dell’ecologia
Ad aprire il Festival è stato il confronto con due protagonisti capaci di attraversare, da prospettive differenti, l’immaginario italiano: Mogol e Davide Rondoni.
La presenza di Mogol ha permesso di rileggere la canzone non come semplice intrattenimento, ma come uno dei grandi archivi emotivi del Novecento. Brani entrati nella memoria collettiva come La prima cosa bella, La canzone del sole e Canto libero sono stati richiamati non soltanto per il loro valore musicale, ma per la capacità di avere dato parole condivise ai sentimenti, alle aspirazioni e alle trasformazioni di intere generazioni.
Le canzoni, in questa prospettiva, diventano una forma di integrazione simbolica. Riescono cioè a unire persone lontane per età, formazione ed esperienza, offrendo loro un patrimonio comune nel quale riconoscersi. Non si tratta di nostalgia, ma della consapevolezza che una società ha bisogno di immagini, racconti e parole capaci di creare appartenenza.
Mogol ha consegnato soprattutto ai più giovani un’idea esigente della creatività: non un gesto autoreferenziale, ma una responsabilità nei confronti degli altri. L’arte può nascere da un’esperienza individuale, ma acquista pienamente significato quando riesce a diventare linguaggio collettivo.
Accanto alla canzone, la poesia di Davide Rondoni ha spostato lo sguardo sulla relazione tra l’essere umano e la natura. Attraverso il richiamo a Giacomo Leopardi e a San Francesco, il poeta ha mostrato come la natura non possa essere considerata soltanto uno sfondo da contemplare o una risorsa da amministrare. È una presenza irriducibile, qualcosa che precede l’uomo, lo interroga e ne mette in discussione l’illusione di controllo.
Leopardi e San Francesco rappresentano sensibilità molto diverse, ma condividono la capacità di percepire la sproporzione tra il desiderio umano e la realtà. La poesia nasce dentro questa distanza: non la cancella, ma la rende visibile. Per questo non è una decorazione del mondo. È, piuttosto, un modo per incrinare le rappresentazioni più comode e restituire alla realtà la sua complessità.
L’apertura del Festival ha così stabilito immediatamente uno dei suoi principi fondamentali: non può esistere ecologia senza un’educazione dello sguardo. Prima ancora delle soluzioni tecniche, occorre tornare a percepire il legame tra le persone, le parole, i luoghi e le forme viventi.
I giovani e la desertificazione del desiderio
La seconda giornata ha affrontato una delle questioni più urgenti del presente: la condizione delle nuove generazioni.
Nel dialogo moderato da Vaniel Maestosi, l’ecologia ha progressivamente rivelato la propria dimensione educativa e politica. Parlare di ambiente, infatti, significa inevitabilmente parlare del futuro. Ma il futuro non può essere costruito senza interrogarsi sulle possibilità offerte ai giovani, sulle loro paure, sulla loro capacità di desiderare e sul rapporto sempre più problematico con l’informazione e le tecnologie digitali.
Il giornalista de L’Osservatore Romano Pierluigi Sassi, richiamando il pensiero di Papa Francesco, ha ricordato che non stiamo semplicemente attraversando un’epoca di cambiamenti: siamo dentro un vero e proprio “cambiamento d’epoca”. Le crisi ambientali, sociali, culturali e geopolitiche non si presentano più come fenomeni isolati. Interagiscono tra loro, rendendo instabili le categorie attraverso le quali le società erano abituate a interpretare il progresso e a immaginare il domani.
La dirigente scolastica Silvia Fabbi ha insistito sulla necessità di recuperare una dimensione concreta e territoriale dell’apprendimento. In una fase storica nella quale una parte crescente dell’esperienza educativa viene mediata dagli schermi, la scuola deve continuare a essere incontro, relazione e scoperta del contesto nel quale si vive.
L’educazione non può limitarsi alla trasmissione di informazioni. Deve insegnare a leggere un territorio, a riconoscere le conseguenze delle proprie azioni e a comprendere che la conoscenza nasce anche dall’esperienza diretta. Il rischio dell’astrazione digitale non consiste soltanto nell’allontanamento dalla natura, ma nella perdita della capacità di collegare ciò che si apprende alla vita quotidiana e alla comunità.
Particolarmente significativa è stata l’immagine proposta dal pedagogista e agronomo Alberto Giovannini: «Per andare oltre i deserti, dobbiamo farci pioggia». Il deserto evocato non è soltanto quello prodotto dal cambiamento climatico. È anche un deserto relazionale, educativo e simbolico, generato dalla progressiva scomparsa dei legami significativi.
“Farsi pioggia” significa allora assumersi la responsabilità di ricostruire ciò che manca: occasioni di incontro, comunità educanti, relazioni intergenerazionali e spazi nei quali i giovani possano essere ascoltati senza venire ridotti a categorie statistiche o a destinatari passivi di decisioni prese altrove.
Il biologo Enrico Calvario, presidente dell’Associazione Lago di Bolsena, ha ricondotto il confronto alla biodiversità, ricordando come ogni ecosistema sia costituito da una rete di interdipendenze. La biodiversità non è una semplice somma di specie, ma un equilibrio complesso nel quale la perdita di un elemento può produrre conseguenze sull’intero sistema.
Lo stesso principio può essere applicato alle comunità umane. Una società che impoverisce le proprie relazioni, che esclude alcune generazioni o che perde la propria memoria culturale diventa meno capace di reagire alle crisi, esattamente come un ambiente naturale privato della sua varietà.
Dalla sovrabbondanza informativa alla “cultura rasoterra”
Uno dei contributi centrali della giornata è stato quello del professor Mario Morcellini, professore emerito di Sociologia della comunicazione dell’Università Sapienza di Roma.
Morcellini ha introdotto l’espressione “cultura rasoterra” per indicare la necessità di fare uscire il sapere dai circuiti ristretti e dalle élite interpretative, riportandolo nella vita sociale. Non si tratta di semplificare i contenuti fino a impoverirli, ma di renderli accessibili, condivisibili e capaci di incidere sulla realtà.
La questione assume un’importanza particolare nell’epoca della sovrabbondanza informativa. La disponibilità apparentemente illimitata di dati, immagini e notizie non produce automaticamente una società più consapevole. Al contrario, può generare disorientamento, ansia, frammentazione e difficoltà nel distinguere ciò che è rilevante da ciò che è soltanto rumoroso.
Il Festival ha evidenziato così un paradosso del presente: mai come oggi abbiamo avuto accesso a una quantità tanto vasta di informazioni, eppure questa ricchezza non coincide necessariamente con una maggiore conoscenza. Per trasformare l’informazione in sapere sono necessari tempo, educazione, strumenti critici e luoghi di mediazione.
È precisamente in questa funzione di mediazione che emerge il valore delle istituzioni formative. Il Consorzio Universitario Humanitas, attraverso la partecipazione alla progettazione culturale del Festival, ha contribuito a mettere in comunicazione mondi che spesso procedono separatamente: ricerca universitaria, formazione professionale, cultura umanistica, responsabilità sociale e attenzione al territorio.
Il professor Gennaro Colangelo ha ricondotto il confronto sulla condizione giovanile a una questione ancora più profonda: il desiderio. Senza desiderio, è difficile immaginare il futuro perché il desiderio rappresenta la prima forma di progettualità. Non coincide con il semplice bisogno o con la ricerca immediata di soddisfazione. È la capacità di figurarsi una realtà diversa e di assumersi la responsabilità necessaria per costruirla.
La crisi dei giovani non riguarda quindi soltanto le opportunità economiche o occupazionali, pur decisive. Riguarda la possibilità stessa di credere che il futuro possa essere trasformato. Restituire desiderio significa restituire strumenti, fiducia, relazioni e orizzonti condivisi.
Salute e comunità: curare senza medicalizzare la società
Un altro passaggio fondamentale del Festival ha riguardato il rapporto tra salute e territorio.
Il panel ha messo in discussione una concezione esclusivamente biologica della cura, mostrando come il benessere delle persone dipenda anche dalle condizioni ambientali, sociali, economiche, culturali e relazionali nelle quali esse vivono.
«La cultura può lenire la nostra anima inquieta», ha osservato Mario Morcellini, introducendo una prospettiva nella quale la cura non coincide unicamente con la risposta clinica alla malattia. La cultura può aiutare a interpretare il dolore, a costruire relazioni, a evitare l’isolamento e a restituire senso alle esperienze di fragilità.
Il genetista e accademico Giuseppe Novelli, la giornalista e conduttrice televisiva Manuela Lucchini e il medico e dirigente sanitario Franco Bifulco hanno sviluppato questa visione sistemica. Corpo, ambiente, istituzioni e comunità non sono dimensioni autonome, ma parti di un’unica realtà.
La riflessione ha condotto a una delle formule più efficaci emerse durante il Festival: bisogna socializzare la medicina senza medicalizzare la società.
Socializzare la medicina significa renderla parte di una rete territoriale, rafforzare la prevenzione, diffondere conoscenze corrette e considerare la persona nella totalità della sua esperienza. Medicalizzare la società significa invece trasformare ogni disagio, difficoltà o conflitto in una patologia, affidando alla sola risposta sanitaria problemi che possiedono anche radici sociali e culturali.
Il confronto ha quindi indicato la necessità di superare un’iperspecializzazione che, pur indispensabile dal punto di vista scientifico, rischia talvolta di frammentare la persona. L’ecologia integrale applicata alla salute invita a ricomporre queste parti: non soltanto curare la malattia, ma prendersi cura delle condizioni che permettono alle persone e alle comunità di vivere meglio.
Anche in questo campo la visione interdisciplinare promossa dal Consorzio Universitario Humanitas ha trovato una concreta espressione. La formazione sanitaria, psicologica, educativa e sociale non può più procedere per compartimenti stagni. Richiede professionisti capaci di collaborare, comprendere i contesti e riconoscere i determinanti sociali della salute.
I borghi tra spopolamento e rinascita
Dalla riflessione sulle persone, il Festival è passato poi a quella sui luoghi.
La terza giornata ha portato al centro del confronto i borghi, i centri storici e le aree interne. Con la sindaca di Montefiascone Giulia De Santis, il sindaco di Bagnoregio Luca Profili e il sindaco di Valentano Stefano Bigiotti, è emersa una diagnosi condivisa: lo svuotamento dei piccoli centri non è soltanto un problema demografico.
Quando un borgo perde abitanti, servizi e attività economiche, rischia di perdere anche una parte della propria memoria. Le tradizioni si interrompono, gli edifici smettono di essere abitati, i mestieri scompaiono e gli spazi pubblici cessano progressivamente di funzionare come luoghi di relazione.
I borghi si trovano così sospesi tra conservazione e abbandono. Possono trasformarsi in scenografie immobili, destinate a un consumo turistico rapido, oppure diventare laboratori di nuove forme di abitabilità. La sfida consiste nel tutelare l’identità senza condannarla all’immobilità.
La mostra “L’infinita varietà del tessere. Dall’epoca villanoviana ad oggi” ha reso visibile questa continuità tra passato e presente. Il tessere è apparso come un gesto concreto ma anche come una potente metafora: unire fili diversi per produrre una forma, conservare una tecnica attraverso le generazioni, trasformare il lavoro umano in memoria condivisa.
L’esposizione ha restituito il valore antropologico dei mestieri e dei manufatti. Gli oggetti non sono soltanto reperti da conservare, ma testimonianze di una relazione tra persone, risorse naturali, conoscenze e comunità.
Il dibattito con il deputato Luciano D’Alfonso, il professor Alfredo Morrone, esperto di diritto amministrativo, il presidente della Sezione Servizi Ambientali di Unindustria Gianni Mannucchi e l’architetto e urbanista Paolo Mezzetti ha ampliato ulteriormente il discorso.
La rigenerazione territoriale non può essere ridotta al restauro degli edifici o alla riqualificazione estetica degli spazi. Ha bisogno di strumenti giuridici adeguati, strategie economiche, progettazione urbanistica, servizi, partecipazione degli abitanti e iniziative culturali capaci di produrre nuove forme di appartenenza.
Rigenerare significa permettere a un luogo di tornare a essere vissuto. Un edificio recuperato ma privo di una funzione sociale rimane un contenitore. Un centro storico restaurato ma privo di residenti e attività rischia di diventare un museo di sé stesso. Il vero obiettivo è ricostruire relazioni tra patrimonio, comunità e futuro.
Da questo punto di vista, l’attenzione del Consorzio Universitario Humanitas ai beni culturali e alla loro gestione assume un valore strategico. Come ha sostenuto più volte nel corso di recenti convegni istituzionali il Direttore Generale Dott.Antonio Attianese, la formazione nel settore non può limitarsi alla conoscenza storica o alla conservazione materiale, ma deve includere diritto, progettazione, comunicazione, sostenibilità, valorizzazione e capacità di coinvolgere le comunità locali.
La pace come forma dell’ecologia integrale
La conclusione del Festival ha trovato il proprio momento più solenne nella Cattedrale di Santa Margherita, durante la celebrazione eucaristica presieduta dal cardinale Pietro Parolin, Segretario di Stato di Sua Santità Leone XIV.
Mentre il sabato sera era già stato caratterizzato dal discorso pacifista dei testi della tradizione francescana, portati in scena nell’area spettacolo dagli attori Emmanuel Casaburi e Miriam Dalmazio, la Messa domenicale non ha rappresentato soltanto l’ultimo appuntamento in programma, ma è stata il punto di convergenza spirituale del percorso compiuto nei giorni precedenti.
Dopo avere parlato di natura, educazione, salute, informazione e territori, il Festival ha collocato al centro il tema della pace. Una pace intesa non come semplice interruzione delle ostilità, ma come risultato della giustizia, della responsabilità e dell’armonia tra le persone.
Nell’omelia, il cardinale Parolin ha ricordato quanto il mondo abbia bisogno del dono della pace. La guerra, tuttavia, non comincia soltanto nel momento in cui vengono impiegate le armi. Nasce prima, quando l’altro smette di essere percepito come un fratello e diventa un ostacolo, un nemico o una presenza della quale non si riconosce più la dignità.
Il re annunciato dal profeta Zaccaria, umile e disarmato, ha offerto l’immagine di un’autorità che non si impone attraverso la forza. È il paradosso cristiano della misericordia, contrapposto alla convinzione secondo cui la sicurezza possa essere garantita soltanto dall’equilibrio della paura.
In questa meditazione è possibile riconoscere anche una dimensione civile e politica. La pace non è un’utopia ingenua, ma un progetto fondato sul diritto, sul dialogo e sulla dignità della persona. Richiede istituzioni, ma anche una trasformazione delle coscienze.
Da qui il richiamo all’Europa e ai suoi valori comuni. Le parole di Mario Morcellini — «Europei, condividiamo i nostri valori comuni» — hanno assunto, nel contesto della celebrazione conclusiva, il significato di un appello a recuperare l’anima del continente.
Dignità, solidarietà, libertà, fraternità e dialogo non sono principi astratti. Costituiscono il patrimonio che ha permesso all’Europa di ricostruirsi dopo le tragedie del Novecento. Per conservarli non basta proclamarli: devono essere tradotti nelle politiche, nell’educazione, nell’accoglienza, nella tutela dell’ambiente e nelle relazioni tra gli Stati e le persone.
Il Festival ha quindi mostrato che la pace è una questione ecologica nel senso più ampio del termine. Non può esserci una relazione equilibrata con la natura in una società dominata dalla violenza, così come non può esserci pace duratura senza una diversa maniera di distribuire le risorse, riconoscere i diritti e abitare il pianeta.
Il riferimento spirituale di monsignor Fabio Fabene
Nel quadro della manifestazione, un ringraziamento particolare è rivolto a monsignor Fabio Fabene, Arcivescovo di Montefiascone.
La sua presenza ha rappresentato un punto di continuità tra la dimensione culturale e quella spirituale del Festival. Non soltanto un riferimento istituzionale, dunque, ma una figura capace di accompagnare e orientare un percorso nel quale la tutela del creato è stata costantemente collegata alla dignità della persona.
La scelta di concludere il Festival attraverso la celebrazione eucaristica ha ribadito che, nella prospettiva dell’ecologia integrale, il rapporto con l’ambiente non può essere separato dalla domanda sul senso dell’esistenza, dalla responsabilità verso gli altri e dalla cura delle relazioni.
Il ruolo del Consorzio Universitario Humanitas
All’interno di una manifestazione tanto articolata, il valore del contributo del Consorzio Universitario Humanitas emerge soprattutto nella capacità di costruire connessioni.
Il professor Gennaro Colangelo, nella duplice veste di direttore artistico del Festival e responsabile dei Beni culturali del Consorzio, ha contribuito a definire un programma nel quale le discipline non sono state semplicemente affiancate, ma messe in dialogo.
La presenza di artisti come Mogol e Davide Rondoni ha aperto una riflessione sull’immaginario e sul rapporto con la natura. Sociologi ed educatori hanno affrontato la crisi del desiderio e la condizione giovanile. Medici e studiosi hanno ripensato la salute in rapporto al territorio. Sindaci, giuristi, amministratori e urbanisti hanno discusso il futuro dei borghi. La Chiesa ha infine ricondotto questi temi alla responsabilità personale e alla costruzione della pace.
Questa impostazione rappresenta uno degli aspetti più riconoscibili della missione universitaria e culturale di Humanitas: formare competenze specialistiche senza perdere di vista l’unità della persona. Il Consorzio ha contribuito a portare nel Festival una concezione del sapere non chiusa nei confini accademici. L’università, in questa prospettiva, non è soltanto il luogo nel quale vengono trasmesse conoscenze. È un’istituzione chiamata a interpretare i cambiamenti, a creare occasioni di confronto e a offrire alle comunità gli strumenti necessari per comprendere e governare la complessità.
Il Festival ha offerto così un esempio concreto di come la formazione possa diventare presenza territoriale. Le competenze maturate negli ambiti dei beni culturali, della comunicazione, della salute, dell’educazione e delle scienze sociali sono state messe al servizio di un dibattito pubblico aperto a cittadini e istituzioni.
Valorizzare il ruolo del Consorzio significa quindi riconoscere non soltanto la partecipazione dei suoi rappresentanti, ma il metodo che ha attraversato la manifestazione: interdisciplinarità, apertura al territorio, attenzione alla persona, dialogo tra cultura scientifica e umanistica, consapevolezza della dimensione spirituale e sociale della conoscenza.
Una città che, pensando sé stessa, ha pensato il mondo
Al termine delle quattro giornate, il VI Festival dell’Ecologia Integrale non ha consegnato al pubblico una formula risolutiva. Ha lasciato, piuttosto, una serie di domande e una possibile grammatica con cui affrontarle.
Che cosa significa educare in una società dominata dall’accelerazione digitale? Come si può restituire ai giovani la possibilità di desiderare? In che modo la medicina può curare le persone senza trasformare ogni disagio in una patologia? Come possono i borghi evitare di diventare luoghi della sola memoria? Quale rapporto deve esistere tra giustizia, ambiente e pace? E quale funzione devono assumere l’università, la cultura e la formazione di fronte a queste trasformazioni?
Montefiascone è diventata, per quattro giorni, una città capace di riflettere su sé stessa mentre rifletteva sul mondo. Il suo paesaggio, la sua storia e le sue istituzioni non hanno fatto semplicemente da scenario, ma sono entrati nel cuore del discorso.
È probabilmente questa l’eredità più importante del Festival: avere mostrato che l’ecologia integrale non è un settore aggiuntivo del sapere né un’espressione da utilizzare soltanto quando si parla di ambiente. È una forma di coscienza.
Significa riconoscere che la crisi climatica è anche educativa e sociale; che la salute delle persone dipende dalla salute delle comunità; che la tutela dei beni culturali è legata alla vitalità dei territori; che la qualità dell’informazione condiziona la democrazia; che la pace richiede giustizia e che nessuna trasformazione può essere davvero sostenibile se perde di vista la dignità umana.
Il VI Festival dell’Ecologia Integrale ha cercato di dare forma a questa consapevolezza attraverso la poesia, la musica, la sociologia, la medicina, il diritto, l’urbanistica e la fede. Il Consorzio Universitario Humanitas ha partecipato a questo percorso offrendo competenze, direzione culturale e una visione del sapere come servizio alla persona e alla comunità.
Il Festival si è chiuso, dunque, senza esaurire il proprio compito. Come un cerchio che, nel momento in cui sembra completarsi, ne apre un altro. Rimane l’invito a continuare a tessere relazioni tra ambiti differenti, a trasformare la conoscenza in responsabilità e a praticare quella cura mundi, la cura del mondo, che rappresenta il significato più profondo dell’ecologia integrale.

